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Scrivevo nel 2004, sul mio
libro
Vaporetti, Un secolo di trasporto pubblico nella
laguna di Venezia:
Ma dove vanno a morire i
vaporetti? Non c’è per loro un cimitero degli elefanti
come per le barche in legno che nelle secche ai margini
dei canali si dissolvono al sole. Fino a non molto tempo
erano radiati dalla flotta e venduti a privati o altre
compagnie di navigazione con le quali continuavano
ancora per molto tempo il loro lavoro. Ora semplicemente
vengono distrutti e venduti a peso di ferro vecchio,
anche se molte persone desidererebbero acquistarli per
riutilizzarli da diporto o come casa galleggiante, ma da
molti anni l’Actv ha deciso di non vendere più i
battelli dismessi, perché teme a ragione che vengano
reimpiegati per il trasporto di persone in concorrenza
con le loro linee. Nella lista di barche che mi
piacerebbe si potesse riportare in vita, vi sono tre
battelli alati in cantiere in attesa di demolizione e
due motonavi che giacciono, divorate dalla ruggine, in
un cantiere a Chioggia. Gli unici battelli sopravissuti
sono quelli venduti prima delle restrizioni attuali e
quelli costruiti appositamente per altre compagnie di
navigazione, fra quelli reimpiegati vi sono un vecchio
battello 20 VA recuperato da una famiglia danese che lo
usa come abitazione alla Giudecca e uno riutilizzato
come studio d’architettura sul Naviglio-Brenta. |