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27 2 2012
Nella sala san
Leonardo strapiena di cittadini attentissimi, il
Professor d'Alpaos dell'Università di Padova ha
illustrato con dovizia di documentazione storica e
modelli matematici, l'andamento erosivo che ha
trasformato progressivamente la laguna in un braccio di
mare. Una tendenza in esponenziale aumento, causata
dalla perdita di sedimenti che formavano le barene,
espulsi dalle aperture delle bocche di porto a causa
dello scavo dei canali e del moto ondoso che porta in
sospensione il limo.
Tutte cose che
chi va in barca conosce perfettamente, come sa chi
naviga tranquillamente soprabarena a vela in tutta la
laguna centrale e meridionale, ma vederle spiegate in
modo scientifico fa un altro effetto. La soluzione?
Riportare la laguna in un punto d'equilibrio nel quale
le barene si auto rigenerino senza palificate o altre
diavolerie artificiali, riducendo drasticamente la
sezione dei canali e riducendo il moro ondoso umano e
naturale.
Tutto risolto
quindi?
Purtroppo il
problema non è mai la risoluzione dei problemi
scientifici o tecnici, il problema è che la volontà i
cittadini e le persone di buon senso sono
sistematicamente violentate da un ristretto comitato
d'affari che ha un unico fine, il tornaconto economico,
alla faccia di ecologia, qualità della vita, leggi o
referendum popolari contrari.
I politici -
autoeletti - rispondono solo a loro e sono la foglia di
fico che camuffa malamente una palese oligarchia in
finta democrazia. Questa è violenza. Come è violenza il
mettere all'asta la casa per una multa non pagata,
togliere il fido ad un imprenditore anche sapendo che
vanta numerosi crediti dallo stato, far vivere
pensionati con 800 euro al mese, spingere il correntista
ad investire in titoli tossici, tenere un paese
nell'ignoranza e nell'arretratezza culturale...
Ma è una
violenza pulita, silenziosa, da colletti bianchi,
nascosta in codicilli, norme scritte in corpo 4,
raccomandate.
E non c'è
raccolta di firme o iniziative di protesta che tenga,
perché mentre si discuteva probabilmente in qualche
stanza del potere stavano già firmando un contratto di
scavo dei canali per far passare l'ultima meganave, o
vendere l'ennesimo palazzo da trasformare in un albergo.
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Il Venerdì de La
Repubblica 3 2 2012 
l'onore perduto dei navigatori
di Paolo Rumiz
TRIESTE. "No xe più i marineri de una
volta" brontola, tra una sigaretta e l'altra il capitan
Sandro Chersi, anni 62, seduto al tavolo dello Skipper
point, bar di lupi di mare zeppo di carte nautiche, la
porta aperta sulle luci di Trieste e la scogliera
davanti alla quale, una volta l'anno, dispiega le sue
duemila vele la più grande regata del Mediterraneo. Sul
tavolo, un calice di rosso, una matita, ritagli di
giornale con la storia dell'affondamento davanti
all'isola del Giglio, il pesante manuale dell'ufficiale
di rotta in uso negli istituti nautici d'Italia, e due
semplici tabelle numeriche, una con i percorsi espressi
in miglia rispetto ai tempi e una con la misura delle
manovre di accostamento in acque ristrette, come quelle
attraversate dalla "Concordia" davanti all'Argentario.
Per uno come lui, che ha battuto da
ufficiale i mari del mondo e da velista per sei volte
l'Atlantico, quei numeri dicono il disgusto per una
storia che andrebbe affrontata dati alla mano e non con
il "gossip indecoroso" che in troppi casi ha riempito i
giornali. La decadenza marinara del Paese si giudica,
più che dalla tragedia, dalla "cagnara" che ne è
seguita, un fumo (una fumera, in parlata locale) di
supposizioni che al solito cerca, all'italiana, "un solo
uomo da impiccare", e non mette in discussione le
complicità ramificate di un sistema, quello dei
maxi-alberghi galleggianti, mostri che non sono più
navi, con equipaggi a basso costo reclutati chissà dove.
Un Paese che ha perso le mani, ha sostituito la
competenza con l'elettronica e, nella scelta dei capi,
la forza morale con l'arroganza e il bell'aspetto.
Il ruvido mare d'Oriente battuto
dalla bora, che da Trieste scende lungo Istria e
Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro in Montenegro, fu
per secoli spazio di grandi comandanti, prima per il
Leone di San Marco, poi per l'Aquila bicipite austriaca
e infine, dal 1918, per un'Italia amatissima e
desiderata, ma talvolta portatrice - con i tempi moderni
- di valori in collisione col rigore del mondo di ieri.
Quando nel 1866 la flotta austriaca sconfisse quella
italiana - superiore in uomini e mezzi - nelle acque
dell'isola di Lissa, i marinai della prima erano
triestini, istriani e dalmati, e gli ordini si erano
dati in veneziano. "Deghe drento, Nane", ("Dateci
dentro"), aveva urlato al timoniere l'ammiraglio Wilhelm
von Tegetthoff, nato in Slovenia, un attimo prima di
speronare l'ammiraglia italiana. Più che Austria contro
Italia, fu Adriatico contro Tirreno, la solida
tradizione millenaria della Serenissima contro quella
fragile di una nazione tutta da fare, dove siculi,
napoletani e lombardi faticavano ancora a capirsi.
A Trieste, dopo quella clamorosa
vittoria, si disse con sarcasmo che "uomini di ferro su
navi di legno" avevano messo sotto "uomini di legno su
navi di ferro". E oggi che la modernità, dopo aver
invaso il mare di burocrati ammanigliati e bellocci
incompetenti, mette la città di fronte a vergogne come
l'affondamento della "Concordia" e la fuga del suo
comandante durante le operazioni di salvataggio, di
fronte a un tale segnale di collasso che arriva proprio
dal Tirreno, negli yacht club e sulle banchine
adriatiche del porto di Trieste si sente borbottare un
anatema ancora più bruciante, e cioè che ora è arrivato
il tempo degli "uomini di merda su navi di plastica". Un
tempo nel quale, al legno e al ferro, è succeduta anche
la ruggine e l'incuria.
Davanti all'Adriaco Yacht Club stanno
allineate decine di barche ultra-centenarie pronte a
prendere il largo, lustrate come spose e immuni
dall'infezione della plastica, monumenti alla bellezza
capaci di accarezzare il mare come le dita di un
pianista. È lì che impari le regole antiche di una
marineria che esclude bravate e che oggi, dopo la
tragedia del Giglio, vuole riprendersi una rivincita.
Alla Società Velica Barcola-Grignano ci pensano
veramente a metter su una scuola di quelle di una volta.
"In mare, dove finiscono le regole cominciano i codici",
brontolano quelli che la sanno lunga, e per codici
intendono le grane, i processi. E quelle regole spesso
non stanno scritte da nessuna parte, ma sono figlie del
buon senso. Per esempio: "Meo passar larghi che passar
de mone". "Meglio passare larghi che passare da
stupidi", come han fatto quelli della "Concordia".
Si racconta che secoli fa, quando il
comandante veneziano Alvise Zorzi incrociò, in tempo di
pace, una squadra ottomana di nove vascelli, la sua nave
rifiutò di ammainare in segno di omaggio per il solo
motivo ché il turco non voleva segnalare chi fosse al
comando. Seguì un furioso cannoneggiamento con morti e
feriti, fino a quando l'equivoco si chiarì. Si narra che
Zorzi spiegò poi al suo armatore: "Me parse più presto
dover patir morte et ogni altro pericolo che dover
ammainare né honorar persone che non erano cognosciute".
Al turco, poi, era parso ovvio di essere omaggiato in
ragione della propria forza preponderante.
Per il figlio del Mare Adriatico.
invece, il diritto era questione di regole. La dignità
della marineria stava sopra di tutto, anche delle
mercanzie e della vita.
"Nel caso della "Concordia" è
successo esattamente il contrario, il business è venuto
prima della marineria", taglia corto capitan Chersi,
"tanto è vero che il comandante ha telefonato prima
all'armatore che alla capitaneria, per i soccorsi". Ma è
soprattutto quella storia dell'inchino che non va giù ai
lupi di mare. "Conosco solo due tipi di inchini in
marineria - incalza caustico lo skipper - c'è quello
splendido e romantico della nave che, nei vari di una
volta, metteva la prua sott'acqua per salutare coloro
che l'avevano costruita; e poi c'è quello di chi non ce
la fa ad attraversare il Golfo del Leone e deve passare
sotto costa fino alle foci del Rodano. Se poi i
tirrenici hanno inventato altri inchini, come quello
sciagurato davanti all'isola del Giglio, mi è cosa
nuova". Lì, infatti, siamo piuttosto davanti all'inchino
al Dio denaro, alle necessità pubblicitarie
dell'armatore, in barba alle più elementari norme di
sicurezza.
"Quella nave passeggeri non doveva
essere lì, così vicina alla costa. Non posso che pensare
a una grave negligenza da parte del personale in
servizio alla plancia di comando, a meno di un
imprevisto di natura tecnica", dice il comandante
Giuseppe Baici, nato a Cherso 71 anni fa, comandante di
navi da crociera, all'epoca per conto della Società
Adriatica. "Non capisco come sia stato possibile uscire
dalla rotta in quel modo". Baici conosce bene quel
tratto di mare e ha solcato infinite volte il corridoio
tra l'Argentario e l'isola del Giglio. "Si parla di
inconvenienti tecnici, ma ritengo che tutto possa essere
ovviabile: se in plancia c'è attenzione, questi
incidenti non succedono. L'unità è uscita dalla rotta e
il personale di guardia alla plancia di comando se ne
sarebbe dovuto accorgere". E ancora: "È buona regola non
affidarsi completamente alla tecnologia. Un marinaio
esperto mantiene sempre il controllo. Ai miei tempi i
turni di guardia in plancia prevedevano almeno la
presenza di un ufficiale, un sottufficiale e un
timoniere".
E così, davanti alla fuga del
comandante Schettino, Trieste rumina nostalgie per
l'antico ordine adriatico, quando i capitani del
glorioso Lloyd Triestino erano ancora semidei, attesi e
festeggiati sulla banchina dall'intero consiglio di
amministrazione della compagnia; quando dopo le scuole
nautiche si faceva una durissima pratica di bordo, e
prima di diventare mariner, il neofita passava anni come
mozzo, poi a forza di piade nel cul (leggi "calci nel
sedere") saliva al grado di giovinoto e, infine, di
aspirante. "Oggi, su una nave come quella affondata in
Tirreno" spara rauco il comandante Chersi "avrai sì e no
venti marinai d'esperienza su mille uomini d'equipaggio.
E il comandante non è più l'autorità suprema dopo Dio".
Dall'Italia del dopoguerra è arrivato
poco di buono per la città che era stata porto
dell'impero austriaco. Scippo dei cantieri navali,
chiusura della Fabbrica Macchine specialista in grandi
navi, porto paralizzato da una cricca locale in combutta
con ammanigliati faccendieri romani o tirrenici,
cancellazione del nome del Lloyd Triestino venduto ai
cinesi, progetto di un rigassificatore pericolosissimo
nel cuore del porto con la prospettiva che il passaggio
delle immense gasiere paralizzi, per motivi di
sicurezza, l'intero traffico mercantile, e, come se non
bastasse, impoverimento dell'istituto nautico più antico
e glorioso d'Italia da parte del governo Berlusconi (che
per beffa ha sovvenzionato un nuovo istituto privato nel
Bergamasco, la terra più ferma che ci sia). Nella vicina
Monfalcone, lo stabilimento Fincantieri ha prodotto
giganti da crociera simili alla "Concordia", ma per
tenere i costi bassi ha importato personale forestiero
dequalificando le competenze locali e cambiando i
connotati alla città. E ora, dopo la tragedia del
Giglio, rischia di vedere un brusco calo di commesse.
"La domanda è: siamo preparati a
portare in giro navi da 4000 passeggeri?" chiede ancora
Chersi. "Conosco già la risposta degli armatori: se non
lo facciamo noi, lo fanno gli stranieri. Cinesi,
coreani, inglesi. Ma per farlo, gli armatori italiani
che fanno? Reclutano a loro volta stranieri che lavorano
per 800 euro al mese. E poiché un italiano ne costa
tremila, ecco che si addestrano sempre meno italiani. Il
risultato è visibile. Quelli che resistono alla falcidia
sono bravissimi, ma intanto l'Italia diventa una nazione
sempre meno marinara". L'intero sistema fa acqua. Sono
le scuole nautiche cui vengono tolti i finanziamenti per
fare pratica in mare, sono le capitanerie piene di gente
che ha navigato poco o nulla.
Anni fa, nel Mare del Nord, un
traghetto partì col portellone aperto, si rovesciò e
fece centinaia di vittime. Dopo pochi giorni, i
provvedimenti tesi a evitare il ripetersi di un simile
incidente erano già stati presi. In Italia, si brontola
a Trieste, a settimane dalla tragedia, nessuno ha ancora
pensato a interdire la navigazione fra l'Argentario e il
Giglio. Così ci si chiede: in che mani è la marina
mercantile? La risposta sta in una regoletta aurea che
gira negli Yacht Club sul tema dell'esame per la patente
nautica. Questa: quanti più gradi ha la persona che ti
interroga tanto più difficile sarà passare la prova. Ma
il motivo è il contrario della competenza. Siccome in
Italia fanno più strada i passacarte, è proprio questa
corporazione sommersa che, per mascherare la sua
impreparazione, fa le domande-trabocchetto.
"Schettino xe
un morto che camina", è il commento più benevolo che
senti nella città cara al cuore. Scappare dalla propria
nave, il colmo del disonore. "Un comandante di una volta
andava strappato a forza dal ponte in situazioni
analoghe". E si ricorda il bravo Calamai che, nel 1956,
rimase fino alla fine a bordo della "Andrea Doria" dopo
lo speronamento subito dalla "Stockholm" e fu,
nonostante questo, messo sotto accusa dal suo Paese
sempre alla ricerca di capri espiatori. Vanno così le
cose nell'Italia dei santi, degli scienziati e dei
navigatori.
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